Pagine 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14

PRABHUPADA MEDITAZIONE - Srutakirti Dasa 14 parte

Aneddoti inediti di Bhaktivedanta Swami Prabhupada fondatore e Acarya del Movimento per la Coscienza di Krishna narrati dai suoi discepoli


Il Guru e il suo Servitore
quattordicesima parte

Iskcon Calcutta, India
Una volta un sannyasi confidò a Srila Prabhupada che lui stava avendo seri problemi a causa dell’attaccamento alla moglie.

Srila Prabhupada: “Io ho sognato mia moglie anche questa notte. Anche se sono stato via così tanti anni, l’attaccamento è così forte che continuo a sognarla. Per questo ci sono le regole. Dopo aver preso sannyasa, non puoi più vedere tua moglie. Non puoi più neanche vederla, perché solo vedendola tanti pensieri possono tornare alla mente.”

Qualche tempo dopo a Calcutta, egli fece delle battute umoristiche al riguardo dell’attaccamento tra uomini e donne. Egli disse:

“Le donne sono comparate al fuoco e gli uomini al burro. Perciò i nostri sannyasi dovrebbero avere stampato sulla fronte ‘da mantenere in un posto fresco’. Anche sulla carta che avvolge il burro, c’è scritto questo. Così i nostri sannyasi dovrebbero averlo stampato sulla fronte. Questo li manterrà al sicuro da ogni pericolo.”

Ogni tanto Srila Prabhupada parlava di suo padre. Non nascondeva il suo affetto per lui.

“Mio padre faceva in modo che avessi tutto. Persino durante la notte, se io volevo dei puri, mio padre diceva a mia madre, ‘fagli puri se vuole puri’. Qualche volta mia madre protestava un po’, ma mio padre faceva in modo che lei li facesse. Funzionava così. Non so perché. Forse mio padre sapeva. Lui faceva sempre cose di questo tipo. E mia madre doveva farli.”

Una volta su un aereo Srila Prabhupada stava onorando prasadam consistente in puri e sabji. A un certo punto lui cominciò a ridere e disse:

“Quando ero giovane non mangiavo mai chapati. Ero molto viziato. Non mi piacevano. Io dovevo avere i puri. In qualsiasi momento mia madre cucinava per me, io dovevo avere dei puri. Anche in seguito, quando diventai un uomo d’affari.”

Si interruppe per un minuto, ma solo per ridere di nuovo. Sembrava compiaciuto nel dire al suo servitore quanto era stato viziato.

“Certe volte era molto imbarazzante perché andavo nelle case della gente e loro mi invitavano per pranzo e mi davano chapati.”

Gli occhi di Srila Prabhupada divennero molto larghi mentre esprimeva il dilemma.

“Non riuscivo a mangiarli, ma allo stesso tempo non potevo rifiutarli. Non sapevo cosa fare. Se dicevo ‘Mi dispiace. Non mangio chapati’ loro potevano dire ‘Oh! Sei superiore a me? Non mangi chapati? Devi avere dei puri?’ La cose era imbarazzante. Qualche volta riuscivo a non mangiarli. Era difficile per me dire ‘Oh, non voglio chapati’. Loro si offendevano, ma io non riuscivo a mangiare i chapati. Non mi piacevano proprio.”

Srila Prabhupada rideva liberamente mentre descriveva le sue attività birichine.

“In un periodo ebbi un servitore che cercava di indurmi a mangiare i chapati. Una volta insistette: ‘Voglio che li provi. Lascia che io li cucini. Sono sicuro che ti piaceranno.’ Infine dissi: ‘Va bene. Li proverò.’ Lui mi fece dei chapati di prima classe. Da quel momento in poi li ho sempre mangiati volentieri. Fu un cambiamento repentino nella mia vita. Fino a quel momento non avevo mai mangiato i chapati.”

E’ difficile mettere in parole quanto incredibilmente animato era Srila Prabhupada quando raccontava storie di questo tipo. Era come un attore: man mano che i personaggi cambiavano, lui modificava la voce e l’atteggiamento. I suoi occhi diventavano così grandi...

ISKCON, ovunque
Due ore nella vita giornaliera del servitore personale di Sua Divina Grazia.

Quando non erano in India, la preparazione del pranzo di Srila Prabhupada procedeva come segue:

Mezz’ora circa prima del massaggio, il suo servitore faceva un po’ di pasta per i chapati. Poi tagliava tipi diversi di vegetali e li poneva nel livello mediano del famoso cooker di Srila Prabhupada. Sotto metteva dei cavolfiori e delle patate, talvolta con altre combinazioni di vegetali, il tutto nell’acqua, in modo che diventasse un vegetale in umido.

In alto metteva una piccola garza in due strati: nella parte superiore metteva il dahl con l’acqua, e in basso il riso con dell’acqua. Poi nel livello superiore del cooker venivano aggiunti altri vegetali. Ora il celebre pentolino a tre livelli poteva essere messo nel forno con la fiamma non troppo alta. Fatto questo, il servitore andava da Srila Prabhupada a fargli il massaggio.

Tutto ciò poteva durare da una a due ore. Il trucco nell’uso del cooker era di non lasciare che l’acqua nella parte inferiore si esaurisse durante il massaggio. Srila Prabhupada aveva personalmente mostrato a Srutakirti come usare il cooker con il dahl nella parte bassa. Qualche volta durante il massaggio il dahl cominciava a bruciare e questo era causa di un’ansia continua. Srutakirti non voleva mai lasciare Srila Prabhupada nel mezzo di un massaggio, ma qualche volta si sentiva il dahl che cominciava a bruciare. Allora Srila Prabhupada diceva:

“Cos’è quest’odore?”

Lo chiedeva ma sapeva che era il suo pranzo che bruciava. Ma questa è una storia a sé. Comunque dopo otto mesi e qualche pranzo bruciato, a Srutakirti venne l’idea di mettere il sabji in umido nella parte bassa e caricare il dahl e il riso nello strato superiore. Questo eliminò una parte del problema perché il vegetale in umido non si raddensava come il dahl.

Dopo aver completato il massaggio, Srila Prabhupada metteva un po’ di olio di mostarda nel palmo della mano e oliava “le porte del suo corpo”. Poi andava a fare un bagno. Questo concedeva al servitore venti minuti per fare le seguenti cose:

Primo, metteva il dhoti, il kurta e la kaupina di Srila Prabhupada bene in ordine sul suo letto. Chiudeva solo i due bottoni inferiori del kurta, in modo che Srila Prabhupada ne avrebbe avuti solo due da chiudere. Poi preparava il tavolo dove venivano poggiate le cose per mettersi il tilaka. Questo significava aprire il suo specchio rotondo, che aveva un pezzo di avorio lavorato sul coperchio. Poi controllava che ci fosse un piccolo cucchiaino di argento vicino alla sua lota e infine poneva la palla di tilaka al centro del tavolo.

Dopo aver fatto ciò, Srutakirti tornava di corsa nelle stanze dei servitori in modo da finire di preparare il pranzo. Prima di tutto, estraeva il cooker dal forno e metteva una piccola padella sul fuoco. Nelle emergenze, il coperchio del cooker veniva usato come padella per fare del chaunce, un po’ del quale veniva messo sul vegetale in umido che era al livello inferiore. Un altro pò veniva aggiunto al dahl, che di solito era nello strato superiore della garza. Poi, alcuni vegetali assortiti venivano messi nel chaunce che rimaneva nella padella. Se c’era del melone amaro, lo bagnava nel ghi e nel tumeric. Poi faceva un altro chaunce per cucinare i vegetali rimanenti che erano stati tagliati. Il tutto veniva messo nel piatto di Srila Prabhupada insieme a un katori colmo di yogurt e ad altri dolci di latte. Quando il piatto di Srila Prabhupada era così quasi pronto, quello era il momento di arrotolare e di cucinare un chapati.

A questo punto la speranza era che Sua Divina Grazia stesse finendo il Gayatri Mantra. Lui non si lamentava se doveva aspettare qualche minuto, ma farlo aspettare troppo era rischioso.

Poi metteva i piatti sul choki, offriva gli omaggi e tornava di corsa nella stanza per cucinare un altro chapati. Dopo che aveva finito di mangiare il chapati, Srila Prabhupada svolgeva la piccola garza che conteneva il riso. Di solito lui mangiava da tre a sei chapati ogni pranzo. Gli piaceva mangiare ciò che rimaneva del suo pranzo insieme al riso cotto al vapore.


La maestria di Srila Prabhupada nell’inglese

Ogni tanto Srila Prabhupada adattava espressioni del linguaggio inglese per esprimere concetti suoi, di solito con risultati umoristici. Qualcuna l’abbiamo già menzionata; per altre, lo faremo ora.

Qualche volta alle Hawaii, durante la passeggiata del mattino, egli guardava l’oceano e osservava quelli che facevano il surf. Lui li chiamava sufferers (53) .

Alcune volte, quando negli Stati Uniti parlava della forma democratica di governo, invece di chiamarla democrazia diceva demon crazy (54) .

Nei primi tempi in cui Srutakirti era diventato il suo servitore, Srila Prabhupada talvolta suonava la campanella e diceva:

“Dov’è panditji?”

Era un vezzeggiativo per il suo editore di sanscrito. Quando dopo qualche mese il devoto cominciò a tardare a venire nella sua stanza, diceva:

“Dov’è banditji?”

A Delhi, Brahmananda e Srutakirti erano seduti nell’appartamento di Srila Prabhupada quando il secondo notò che l’anfora di terracotta piena d’acqua perdeva.

Brahmananda: “Srila Prabhupada, esce un po’ di acqua dall’anfora.”

Srila Prabhupada: “Sì. Credo che si chiami percolating (55) . Non è così, Brahmananda?”

Brahmananda: “Veramente non lo so, Srila Prabhupada.”

Srutakirti aveva dei dubbi.

Srutakirti: Credevo che il termine non fosse proprio esatto nella descrizione della fuoriuscita dell’acqua. Ricordo che da bambini eravamo cresciuti vedendo i nostri genitori che bevevano caffè che era stato passato in un filtro (56) . Io pensai che la parola andava bene ma che non era perfetta in quel contesto.”

Brahmananda, che era diplomato in lingua inglese, controllò il termine in un dizionario e vide che Srila Prabhupada aveva ragione.

Srutakirti: “Uno dei miei termini favoriti venne fuori durante un massaggio serale a New Dwarka. Srila Prabhupada era disteso sulla schiena e io ero inginocchiato al fianco del letto massaggiando le sue gambe.”

A un certo punto Sua Divina Grazia guardò il discepolo con un sorriso e indicò i suoi piedi dicendo:

“Fai le mie dita.”

In inglese le dita delle mani si dicono fingers, mentre quelle dei piedi sono chiamate toes. Srila Prabhupada aveva detto di massaggiargli le dita dei piedi chiamandole fingers. Srutakirti divenne confuso e rimase senza muoversi per qualche istante. Indicando di nuovo le dita dei piedi, disse di nuovo:

“I miei fingers, massaggia i miei fingers.”

Alla fine capì cosa voleva.

“Oh! Le tue toes. Tu vuoi che ti massaggi le toes.”

Ancora sorridendo apertamente disse:

“Sì. I miei fingers. Fa i miei fingers!”

La stessa conversazione si ripeté per altre tre volte durante il massaggio serale. Ogni volta che Srila Prabhupada chiamava le dita dei piedi fingers per un momento Srutakirti diventava confuso. Era uno scambio incredibilmente dolce.

Talvolta durante il massaggio serale, Srila Prabhupada andava in samadhi. La cosa lo preoccupava perché una volta che lui gli diceva di massaggiarlo dovevo farlo fino a che lui non diceva basta.

“Massaggia fino a che io mi stanco, non fino a quando tu ti stanchi.”

Di mattina Srila Prabhupada era abbastanza vigile, ma certe volte di sera si poteva andare avanti per ore senza che dicesse una sola parola. A occhi chiusi, era impossibile determinare dove fosse. Dopo qualche tempo Srutakirti cominciò a premere con maggiore vigore, nella speranza che si accorgesse che c’era ancora. Certe volte chiedeva:

“Sei stanco?”

Il discepolo rispondeva sempre:

“Oh, no, Prabhupada.”

Certe volte mentre massaggiava il suo Maestro spirituale sonnecchiava. Talvolta, mentre il suo discepolo massaggiava i suoi piedi di loto, Srila Prabhupada chiudeva gli occhi e sembrava essere lontanissimo. Quando questo accadeva, Srutakirti metteva quei due bellissimi piedi di loto sul suo capo. Il massaggio finiva quando Srila Prabhupada diceva:

“Va bene, è abbastanza.”

Poi altro nettare. Si sedeva sul letto, prendeva le coperte e con un movimento solo poneva la testa sul cuscino mentre allo stesso tempo tirava le coperte. E’ difficile descrivere a parole le emozioni, ma era una scena molto dolce da guardare. Certe volte prima di andare a dormire diceva:

“Odio riposare. E’ un spreco di tempo. Io vorrei non dover mai riposare. Sto solo sprecando il mio tempo.”


Srila Prabhupada sul canto della japa

Inutile dire che a Srila Prabhupada piaceva cantare japa. Non si stancava mai di ribadire quanto importante fosse recitare sedici giri ogni giorno. Una volta spiegò come si poteva fare, anche nel grihastha-asrama, a completare sempre i sedici giri.

“Quando ero sposato, cantavo quattro giri prima di ciascun pasto e quattro giri prima di ritirarmi la sera. In questo modo i sedici giri potevano essere cantati senza difficoltà.”

Ridacchiò e poi disse:

“Se ti imponi di non onorare il prasadam se non hai cantato prima quattro giri, allora sarà sicuro che li canterai.”

Una volta New Dwaraka disse:

“Alla sera, se sono stanco, io cammino e canto.”

Guardando il suo servitore, disse:

“”Se sei stanco, cammina e canta, come faccio io. Qualche volta, se sono stanco, vado avanti e indietro nella stanza. In una stanza puoi fare tutto. Se sei stanco, puoi alzarti in piedi e cantare, come faccio io.”

Era una cosa molto comune vedere Srila Prabhupada camminare nelle sue stanze o stare seduto sulla sua sedia a dondolo mentre cantava i giri. Qualche volta, la sera, Srila Prabhupada cantava i giri a letto mentre Srutakirti gli faceva il massaggio. Talvolta diceva:

“Oh, ho finito.”

Una volta a New Dvaraka Srutakirti era nella stanza facendo le pulizie. Seduto dietro il suo tavolo, Srila Prabhupada tirò giù l’ultima pallina del contatore e lo guardò con un bellissimo sorriso.

“Ho finito i miei sedici giri. Ora posso fare qualsiasi accidenti (57) voglia.”

Qualche volta i devoti chiedevano a Srila Prabhupada se dovevano seguire certe regole al riguardo di Ekadasi o di Caturmasya. Srila Prabhupada rispondeva:

“I miei discepoli possono cantare sedici giri e seguire i principi. A che servono tutte quelle regole? Prima fate queste cose. Fate le cose semplici che vi chiedo di fare. Non preoccupatevi di tutti quei rituali. Prima cantate sedici giri e seguite i principi.”

Un giorno un brahmacari entrò nella stanza di Srila Prabhupada e gli confessò che era “caduto con una donna” e aggiunse che forse era meglio se si sposava. Srila Prabhupada ribatté:

“Il matrimonio... Perché pensi che il matrimonio risolverà i tuoi problemi? Semplicemente canta Hare Krishna. Canta sedici giri.”

Spesso i devoti andavano da Srila Prabhupada presentandogli un problema, nella speranza che lui li risolvesse con qualche arrangiamento speciale. La sua soluzione era sempre la stessa:

“Canta Hare Krishna, canta sedici giri.”

Lui inventò il motto “Just do it (58) ” molto prima di Nike. Una volta disse a un discepolo:

“Se hai qualche difficoltà, canta a voce alta. Se c’è qualche agitazione, canta a voce alta.”

Una volta gli riferirono che un certo devoto anziano non andava al Mangala Arati né cantava i giri. Srila Prabhupada gli disse:

“Fallo per dare l’esempio agli altri. Tu sei molto avanzato: non hai bisogno di andare al Mangal Arati, ma devi dare l’esempio per coloro che invece ne hanno bisogno.”

Grazie Srila Prabhupada per essere Acarya. Tu hai sempre insegnato con l’esempio. Ci dicevi di cantare sedici giri e tu li cantavi; dobbiamo recitare il Gayatri Mantra tre volte al giorno e tu lo recitavi; ci dicevi di alzarci presto al mattino e di metterci il tilaka sul corpo e tu eri il primo a farlo. Mai hai chiesto a nessuno di fare qualcosa che tu stesso non facevi. Tu hai dimostrato come si comporta un puro devoto.


Gennaio 25-31
Iskcon Calcutta

Decisamente Calcutta era la casa di Srila Prabhupada. Il Tempio era situato al secondo piano di un palazzo. La sala delle Divinità era di grandezza modesta e la stanza di Srila Prabhupada era alla fine dell’edificio. La parte più bella dell’appartamento era la veranda di marmo aperta che andava per tutta la lunghezza dell’edificio. Dava su un laghetto dall’altra parte della strada. Quando Srila Prabhupada era al Tempio di Calcutta, non c’era mai nessuna interruzione nel flusso di ospiti che volevano andare a trovarlo. Qui, a differenza di altri templi, non c’era molto controllo su chi entrasse nella sua stanza.

Srutakirti: “Nel pomeriggio lui si riposava e io, per impedire alla gente di entrare, mi sdraiavo di fronte alla porta e riposavo anche io.”

Teneva sempre dei dolci di latte che venivano acquistati dai negozi vicini. I sandesh erano i migliori. Srila Prabhupada diceva sempre:

“A tutti gli ospiti deve essere dato del prasadam.”

Un giorno Srutakirti notò che una di queste scatole di dolci era interamente ricoperta di formiche.

Srutakirti: “Ho pensato che se l’avessi mostrata a Srila Prabhupada lui mi avrebbe detto di gettarla, invece io volevo cacciare le formiche e mangiarmi tutti i dolci. Non sapendo cosa fosse giusto fare, andai a chiedere lumi a Srila Prabhupada.”

Quando gli fu esposto il problema, lui sorrise e disse:

“Va bene, loro non mangiano molto.”

Poi dette un suggerimento per mantenere i dolci al sicuro:

“Vai a prendere un thali (59) e mettici dentro dell’acqua. Poi mettici in mezzo un bicchiere e poni i dolci sul bicchiere. Sarà come un fossato che impedirà alle formiche di arrivare ai dolci.”

Un pomeriggio, mentre Srutakirti era sdraiato davanti alla porta della stanza, sentì Srila Prabhupada gemere.

Srutakirti: “Non sapevo cosa fare. Ogni tanto mi affacciavo e vedevo che si agitava nel letto. Anche se non mi aveva chiamato, non riuscii a restare inerte.”

Infine entrò e disse:

“Srila Prabhupada, qualcosa non va?”

E lui:

“Il mio stomaco, è molto doloroso. Deve essere stato qualcosa che ho mangiato. E’ molto molto doloroso.”

Non chiese nessuna assistenza. Il discepolo rimase nella stanza e cominciò a massaggiargli lo stomaco. Più tardi Sua Divina Grazia disse:

“Deve essere stato il katchori di cocco che mi ha fatto mia sorella per pranzo. Non era cotto, il cocco era molto difficile da digerire. Mi sta causando molto dolore.”

Per tutta la serata i devoti si alternarono per massaggiare il suo corpo. Il dolore continuò per tutta la notte; per ogni respiro si sentiva un suono simile a un singhiozzo. In serata venne il kaviraja (60), che confermò la diagnosi che Srila Prabhupada aveva fatto. Verso le quattro del mattino, Srutakirti entrò nella stanza e lui disse:

“Questo katchori ha fatto il caos. Non sono riuscito a riposare per tutta la notte. Ha creato il caos nella mia vita.”


Mayapur

Durante una passeggiata del mattino a Mayapur, un devoto chiese:

“Il Maestro spirituale sa tutto?”

Srila Prabhupada rispose:

“Il Maestro spirituale sa ciò che Krishna vuole fargli sapere. Solo Krishna può sapere tutto.”

Srila Prabhupada distribuiva la sua misericordia senza fare distinzioni: questa è la gentilezza del puro devoto. Durante un viaggio verso l’Occidente fecero scalo per due ore all’aeroporto di Bangkok. Dovettero restare per tutto quel tempo nella sala d’aspetto.

Srila Prabhupada: “Prendi le mie cose. Voglio fare una doccia.”

Il discepolo andò nell’area dove erano depositati i bagagli, aprì la borsa di Srila Prabhupada e prese il lota, l’asciugamano e dei vestiti puliti. Dopo pochi minuti era già di ritorno. Sua Divina Grazia chiese:

“Dov’è il bagno?”

Trovarono un bagno tutt’altro che attrezzato per fare una doccia. Ma Srila Prabhupada non era un uomo che si scoraggiava facilmente: quando voleva fare una cosa, non c’erano ostacoli che potevano trattenerlo. Prendendo atto della situazione, si girò verso Srutakirti e disse:

“Bene, farò il bagno prendendo l’acqua dal lavandino.”

Si mise il gamcha (51) attorno alla vita con la lota in mano e procedette a gettarsi più di una volta l’acqua sul corpo. Si cosparse il sapone e poi si gettò nuovamente l’acqua addosso.

Srutakirti: “Io ero lì e lo guardavo stupito. Per lui era come se il mondo circostante non esistesse.”

Fuori della cabina c’era l’incaricato delle pulizie. IL fatto che Srila Prabhupada si stesse facendo una doccia non rendeva l’uomo particolarmente felice: per lui era tutto lavoro extra. Non sapeva che avrebbe fatto un servizio a un Paramahamsa. Sarebbe stato come fare il pujari. Quando Srila Prabhupada finì, Srutakirti gli porse l’asciugamano. Con quello si asciugò e indossò il dhoti e il kurta puliti. Finito il tutto, all’uscita dal bagno l’inserviente andò a lamentarsi da Srutakirti. Lui non capiva cosa stesse dicendo, ma Srila Prabhupada rideva della scena buffa. Fuori dal bagno, Srutakirti disse:

“Srila Prabhupada, credo che quello si sia un po’ arrabbiato.”

Sua Divina Grazia replicò:

“Oh, beh! Io dovevo fare un bagno. Mi sentivo molto stanco.”

Viaggiare con Srila Prabhupada significava vivere un’avventura dopo l’altra.

Durante il volo, il nostro Maestro di solito non sentiva il bisogno di osservare alcuna regola. Per esempio, se era sdraiato quando si accendeva la luce per l’obbligo di allacciarsi le cinture, lui lo ignorava completamente e rimaneva nella posizione che più gli aggradava. Se voleva prendeva prasadam, lo faceva anche quando non si potevano tenere i tavolinetti giù. E se qualcuno diceva qualcosa, lui faceva come se non avesse sentito niente. E quando si rivolgevano a Srutakirti, a lui non rimaneva che alzare le spalle e dire:

“Non posso fermarlo.”

Inevitabilmente se ne andavano sconfitti, realizzando che non potevano competere con un uomo di Vaikuntha.





Pagine 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14