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Con tutta l’umiltà di cui sono capace
Signori, siamo tutti più o meno orgogliosi
dell’antica civiltà indiana, ma ignoriamo in realtà qual era il suo
carattere specifico. Certamente non possono essere le norme materiali di
questa cultura che suscitano in noi tale orgoglio poiché in questo campo
abbiamo fatto da allora progressi considerevoli. Eppure stiamo
attraversando un’epoca chiamata comunemente kali-yuga, o “età delle
tenebre”. A quali tenebre si allude dunque? Certamente non alla mancanza
di conoscenza materiale, poiché ora ne abbiamo più che nel passato. Se non
noi i nostri vicini sono ben muniti a questo riguardo. Ne deduciamo dunque
che le tenebre che oscurano i nostri tempi sono dovute non all’assenza di
progresso materiale, bensì al fatto che abbiamo perduto la chiave del
nostro progresso spirituale: questa è la necessità primaria della vita
umana, e il fattore che caratterizza una civiltà veramente avanzata. I
nostri bombardamenti aerei non sono la prova della nostra superiorità
sulle tribù non civilizzate, che dall’alto delle colline fanno cadere
blocchi di pietra sui loro nemici, e il fatto di aver perfezionato l’arte
di uccidere i nostri vicini con mitragliatrici e gas asfissianti non
costituisce affatto un progresso rispetto ai primitivi che erano
orgogliosi della loro abilità di uccidere con archi e frecce. Quanto alla
ricerca di una sensazione di benessere egoistico, essa deriva in realtà da
un’animalità intellettualizzata. Comunque sia, il concetto di vera civiltà
si fonda su criteri di tutt’altra natura, e la Katha Upanisad
lancia a questo riguardo un solenne appello:
uttistthata jagrata prapya varan
nibhodata ksurasya dhara nisita duratyaya durgam pathas tat kavayo
vadanti
“Svegliatevi! Cercate di rendervi conto del
privilegio che vi offre la vostra condizione umana. Il sentiero che
conduce alla realizzazione spirituale è molto difficile, stretto e
tagliente come una lama di un rasoio. Questo è il pensiero dei saggi
spiritualisti.”(Katha Upanisad, 1.3.14)
Così, molto tempo fa, mentre le altre civiltà
dormivano ancora nella notte dei tempi, i saggi dell’India avevano
edificato una cultura differente da quella che conosciamo oggi, e che
permetteva all’uomo di realizzare la sua vera identità. Essi avevano
scoperto che l’uomo non è un essere materiale, ma è il servitore eterno
dell’Assoluto, e che possiede quindi una natura spirituale ed eterna.
Scegliendo di identificarci sotto ogni aspetto con questa esistenza
materiale, abbiamo commesso un deplorevole errore di giudizio e abbiamo
moltiplicato così le nostre sofferenze in questo mondo secondo la legge
implacabile del ciclo di nascite e morti, con le malattie e le ansietà che
ne derivano. Poiché la materia e lo spirito non hanno niente in comune,
nessuna felicità materiale può veramente compensare queste sofferenze. Per
esempio, un pesce fuori dall’acqua continuerebbe a soffrire e morirebbe,
anche se gli offriste condizioni di vita paradisiaca, ma adatte agli
animali terrestri. Sarebbe necessario, invece, sottrarlo all’atmosfera
terrestre, che gli è estranea. Lo spirito e la materia sono diametralmente
opposti per natura. Poiché noi siamo tutti esseri spirituali, non possiamo
conoscere quaggiù la felicità perfetta a cui abbiamo diritto, e ciò,
nonostante tutti i nostri sforzi e le nostre qualità materiali. Potremo
godere di questa felicità solo quando avremo ritrovato la nostra
condizione spirituale originale. Questo è il messaggio specifico che ci ha
lasciato l’antica civiltà indiana, il messaggio che è proclamato anche
nella Gita, nei Veda e nei Purana, e che è
stato trasmesso da tutti gli acarya autentici nella successione
di Sri Caitanya, tra i quali l’acaryadeva
attuale.
Signori, sebbene abbiamo potuto cogliere solo in modo
imperfetto, e unicamente per la sua grazia, i sublimi insegnamenti del
nostro acaryadeva, Om Visnupada Paramahamsa Parivrajakacarya Sri
Srimad Bhaktisiddhanta Sarasvati Goswami Maharaja, abbiamo sicuramente
realizzato che il messaggio divino che esce dalle sue sante labbra ha il
potere di salvare l’umanità sofferente. Riceviamo tutti, con pazienza,
questo messaggio; ascoltiamo queste parole trascendentali senza
contestazioni inutili; allora acaryadeva ci accorderà la sua
grazia senza il minimo dubbio. Lo scopo del messaggio dell’acarya
è farci tornare alla nostra dimora originale, il regno di Dio. Perciò,
ripeto, è necessario ascoltarlo pazientemente, camminare sulle sue orme
nella misura della nostra convinzione e prosternarci ai suoi piedi di
loto; solo allora perderemo il nostro atteggiamento ribelle e
ingiustificato e potremo servire l’Assoluto e tutte le anime.
(da Movimento Iskcon di Maggio-Giugno
2003)
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