LUOGHI SPIRITUALI

ANGKOR WAT

Il più grande complesso di templi del mondo

Sebbene gran parte di esso sia in rovina, questo tempio costruito secoli fa, evoca ancora rispetto per la devozione dei suoi costruttori.

di Adbhuta Hari Dasa

Nell’ottobre del 2000 ero a Bangkok al servizio del mio Guru Maharaja, Sridhara Swami. Poiché il mio visto stava scadendo, dovevo lasciare la Thailandia per rinnovarlo. Dovendo scegliere tra Myanmar, Malesia e Cambogia, pensai che la Cambogia fosse la più interessante, specialmente perché avrei potuto visitare Angkor Wat, il più grande complesso di costruzioni religiose del mondo.

I miei amici mi avvisarono che la Cambogia poteva essere estremamente pericolosa. Mine lasciate dopo la guerra civile si trovano ancora in terra e nelle zone più isolate avvengono molte rapine, rapimenti e omicidi. Fui dispiaciuto di sentire questo e temetti di dover cambiare i miei piani, ma dopo un giorno o due incontrai alcuni Americani che avevano vissuto a Bangkok per diversi anni e avevano visitato Angkor Wat recentemente. Dissero che Siam Reap, la cittadina più vicina ad Angkor Wat era un posto così tranquillo che era possibile andare in giro anche di notte. Anche la strada principale dal confine della Thailandia a Siam Reap era sicura, ma per raggiungere i templi avrei dovuto seguire sentieri tracciati chiaramente. Pensavo che viaggiando come monaco dalla testa rasata con abiti da vaisnava non sarei stato un bersaglio attraente per i criminali. A Bangkok tutti erano stati gentili con me. Essendo un monaco potevo viaggiare gratis sugli autobus locali. Pertanto speravo che, come monaco, in Cambogia sarei stato trattato nella stessa maniera.

All’interno del complesso dei templi (a sinistra) è evidente l’usura del tempo. A destra, un albero baniano ha invaso un tempio buddista in un’altra parte importante del complesso.

Un turista è seduto su un resto della parete esterna del tempio principale.

 

UN VIAGGIO ESTENUANTE

Dopo un viaggio di sette ore in treno, raggiunsi il confine della Cambogia, dove stipato su un camion con alcuni altri turisti ci dirigemmo verso Siam Reap. Ero contento di viaggiare con altri stranieri. Sembrava che la Cambogia dopo tutto non fosse pericolosa, ma portava ancora i segni della guerra ed era disastrata economicamente, come ben presto scoprimmo. Il nostro viaggio, durante la stagione delle piogge su una strada piena di buche, mi ricordava il famoso rally del Camel Trophy nella giungla amazzonica. Per percorrere i 150 chilometri dal confine fino a Siam Reap impiegammo otto ore piene di sofferenza. Ci fermammo solo per mezz’ora e una moltitudine di ragazzini cercò di venderci pane, biscotti e bibite fredde.
Indolenziti e contusi giungemmo a Siam Reap a tarda notte. Un giovane che accompagnava l’autista ci offrì di alloggiarci nella sua pensione; un giapponese ed io accettammo.

 

SETTANTA TEMPLI

Il giorno seguente presi una guida — Sopeak di diciannove anni, che in motocicletta mi portò a visitare alcuni dei settanta templi di Angkor Wat. Dopo aver acquistato un biglietto giornaliero, il primo tempio che visitammo fu Bayon, un tempio buddista costruito verso il 1200 A.C. da Jayavarman VII. Lì vedemmo più di duecento facce sorridenti di Avalokitesvara e molte incisioni sulla parete esterna del primo livello che rappresentano vivide scene della vita del dodicesimo secolo.
Mentre salivamo sulla torre principale, incontrai un professore inglese che fu sorpreso di vedere un devoto di Krishna. Egli fu interessato nel sapere che il tempio principale di Angkor Wat era stato costruito in onore del Signore Visnu, un’espansione di Krishna e che la cultura vedica aveva avuto una grande influenza nel Sud-est asiatico. Io gli dissi che anche oggi in Thailandia, Indonesia e in altri paesi di quella zona, le persone adorano il Signore Brahma, il Signore Shiva, Ganesha, Garuda ed altri esseri celesti — prova che la cultura vedica era diffusa in tutto il mondo, come è affermato nello Srimad-Bhagavatam, nel Mahabharata e nel Ramayana, una scrittura vedica ancora popolare nel Sud-est asiatico.
Gli altri templi che visitammo furono il Baphuon, una piramide che rappresenta il monte Meru, costruito da Udayadityavarman II e il Bakong, costruito da Idravarman I che lo dedicò al Signore Shiva.
Visitammo anche alcuni templi dedicati al Signore Buddha. In uno di essi incontrai quattro monaci buddisti che cercarono di capire a quale setta buddista appartenessi.
Ad Angkor Thom, una città fortificata dove sono stati trovati alcuni templi, ci trovammo di fronte a cinque cancelli monumentali, ciascuno sormontato da quattro volti sereni di Avalokitesvara; incontrammo poi la Terrazza degli Elefanti, usata per cerimonie pubbliche e decorata con bassorilievi di Garuda e di leoni e la Terrazza del re Leper, sulla cui piattaforma s’innalza una statua del Signore Shiva e le cui pareti frontali sono decorate con sculture di apsara sedute, le ragazze che danzano in modo celestiale, ricordate nei Veda.
Al fine della giornata visitammo il tempio principale, perché non è possibile visitare i settanta templi in un sol giorno e probabilmente non ne vale la pena. Sopeak mi disse che molti di questi templi ora non sono altro che mucchi di pietre poiché sono stati distrutti dalla vegetazione e dai vandali.



A sinistra, su molti templi buddisti e sui loro cancelli d’ingresso (a destra) è possibile vedere dei volti. Sotto si vede una delle quattro cupole trovate agli angoli del principale tempio dedicato a Visnu.



IL TEMPIO DEL SIGNORE VISNU

Per raggiungere il tempio principale dovemmo attraversare un’ampio fossato che forma un rettangolo di km. 1,5 per km. 1,3. Da lontano si vedeva la torre centrale che poggia sull’edificio a tre piani e s’innalza fino a 60 metri dal suolo. All’ingresso del complesso dei templi c’è una serie di bassorilievi lunga 800 metri, uno dei quali rappresenta l’episodio in cui l’oceano di latte viene frullato con i demoni che stanno sulla sinistra e gli esseri celesti sulla destra. Alcuni resti rappresentano i passatempi del Signore Ramacandra.
Per raggiungere il Signore Visnu, attraversammo tre grandi gallerie quadrate e poi salimmo delle scale strette e ripide fino alla torre centrale. Alla vista della divinità del Signore Visnu, con otto braccia, alta due metri e mezzo e avvolta in un drappo giallo zafferano, richiamai l’attenzione di alcuni turisti offrendo preghiere e chinando la mia testa fino al suolo. L’adorazione della divinità continua ancora. Due donne anziane vendevano colorati bastoncini d’incenso profumato lunghi mezzo metro che tutti potevano offrire ed io ne approfittai per offrirne qualcuno.
Il tempio fu costruito dal re Suryavarman II, un monarca unificatore che lottò per ottenere il titolo di re assoluto. Fece una campagna in oriente contro il Vietnam e l’antico vicino regno di Champa e fu il primo re di Angkor ad allacciare relazioni diplomatiche con la Cina.
Archeologi e astronomi hanno trovato delle correlazioni tra le dimensioni del tempio ed importanti numeri citati nei Veda. Per esempio, le distanze tra gli ingressi e la torre principale corrispondono esattamente alla lunghezza delle quattro ere vediche. Al solstizio d’estate un osservatore posto davanti all’ingresso occidentale vede sorgere il sole direttamente sulla torre centrale. Questo giorno, il 21 giugno, segnava per gli astronomi indiani l’inizio dell’anno solare ed era consacrato al re Suryavarman, il cui nome significa “protetto dal sole.” Devoto di Visnu cominciò a costruire il tempio nel 1112, all’inizio del suo regno, che fu completato dopo la sua morte, nel 1150 circa. La divinità di Visnu fu installata nel luglio del 1131, probabilmente quando Suryavarman compì trentatre anni — un numero significativo nella cosmologia vedica.
I poemi in sanscrito di quel tempo descrivono la storia di Angkor Wat, i cui re avevano nomi sanscriti. Il nome Angkor deriva dalla parola sanscrita nagara, che significa “città.” Dall’A.D. 802 al 1431, la Cambogia — conosciuta nelle sue epigrafi come Kambujadesa — fu il regno più potente del Sud-est asiatico.


Le esibizioni di danzatori cambogiani (a sinistra) ad Angkor Wat spesso hanno origine nella cultura vedica. I fiori di loto (a destra), simbolo della bellezza in molte culture orientali, aggiungono fascino allo splendore di Angkor Wat.

I bassorilievi di tutto il complesso rappresentano eventi sia della tradizione vedica sia di quella buddista, come le imprese epiche del Signore Rama qui rappresentate.

 

ULTERIORI LEGAMI CON LA CULTURA VEDICA

Tra i numerosi re i cui regni mostrarono evidenti legami con la cultura vedica, Jasovarman, che governò dall’889 al 910, fondò la città reale di nome Yasodharapura. Egli aveva costruito monasteri per le sette che adoravano Shiva, Visnu e Buddha. Iscrizioni che risalgono a quel tempo mostrano che era stato consapevole della grandezza della civiltà indiana e tollerante verso i differenti credo religiosi. Si legge: “I Suoi occhi erano i Veda; la Sua gloria era come un ruggito in tutte le direzioni; le sue virtù costituivano il suo nome.”
Al crepuscolo tornammo verso Siam Reap. Io ero profondamente colpito dalla devozione e dall’opulenza con cui il re Suryavarman II aveva glorificato il Signore Visnu. La grandezza di Angkor Wat è nota in tutto il mondo ed attrae ogni giorno centinaia di turisti. Ottenuto il mio nuovo visto, ritornai a Bangkok sperando che gli abitanti della Cambogia, diretti testimoni del disastro di una società materialistica atea, si riapproprino della loro civiltà vedica ora praticamente perduta.

Adbhuta Hari Dasa si unì all’ISKCON nel 1994 in Croazia. E' assistente personale del suo maestro spirituale, Sridhara Swami.

(da Ritorno a Krishna di Marzo-Aprile 2003)

 

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